Capelli neri” di Alessio Merigo
L’oscurità viene all’improvviso.
Sei nel baratro e non ne conosci il motivo.
Paralisi del cuore e dell’animo.
Che fare?
Bisogna reagire, reagire, reagire.
E con amaro coraggio intraprendi un lungo cammino per uscire dalla selva oscura, che la diritta via era smarrita. L’esperienza della disperazione ti costringe a guardare nei meandri della coscienza. Lo scopo? L’equilibrio di cuore e di mente, ritrovando il rispetto per te, e, quindi, per gli altri e per la vita che ti circonda. Il cammino dall’abisso alla luce è tortuoso, strano, complesso, ma il percorso è fondamentale per ottenere la tanto sospirata autenticità, plasmata sull’armonia e sulla consapevolezza.
Forse è questo uno dei tanti messaggi di fondo che un lettore può trarre dal piacevolmente profondo romanzo Capelli Neri (Starrylink, Brescia 2009) di Alessio Merigo, professionista bresciano dalle originali passioni culturali, legate soprattutto alle filosofie orientali e alla cultura dei Nativi americani.
L’autore, con uno stile scorrevole, delinea in due racconti lunghi e concatenati, Il Villaggio della Gente che Sorride e La Mesa Roja , la vicenda d’un quarantenne uomo d’affari statunitense, Harvey Duke, la cui esistenza, all’apparenza perfetta e felice, viene sconvolta da un improvviso infarto. La malattia e la lunga convalescenza costringono il giovane a rivedere il modo di vivere e di pensare. Ma la guarigione del corpo non implica di necessità la buona salute dell’animo.
Il disagio sottile s’insinua nei labirinti dell’essere. Harvey dovrebbe sentirsi realizzato: ottimi studi, eccellenti risultati professionali, numerose amicizie femminili. In realtà, la vetrina luccicante del successo nasconde un mondo fatto di soffocanti costrizioni e convenzioni sociali: studi economici invece che umanistici svolti per compiacere i genitori; un lavoro che trasforma ognuno in un meraviglioso e docile ingranaggio della macchina del profitto; il presunto successo amoroso che maschera immaturità affettiva e superficialità relazionale.
Basta: non si può andare avanti così, e Harvey combatte la dura guerra per ritrovare una dimensione interiore completa ed autonoma. Egli afferma, parlando con l’amico prete Bill Hendrix, una delle figure di spicco della “novella”: “[…] La sofferenza umana può avere molteplici risvolti. Alcuni decisamente più importanti, derivanti da condizioni socio-economiche precarie, altri, figli di una società che non concede tregua e che impone stili di vita e modelli di comportamento a cui siamo costretti ad adeguarci pagando un prezzo elevatissimo. […] Credo che nella mia vita si siano inserite alcune circostanze che hanno contribuito a creare un percorso all’interno del quale mi sono inoltrato e poi… purtroppo mi sono perso. Resta comune in me il grande interrogativo di come ciò sia potuto accadere. Come sia stato possibile passare da una vita quasi perfetta ad un profondo, gigantesco rifiuto di me stesso, al punto tale da provocare gravi ripercussioni sul mio stato di salute.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, pp. 50-51). È il sacerdote cattolico a dare, però, una risposta all’ansia morale del personaggio: “Ciò di cui hai bisogno non lo puoi trovare nel tuo ambiente, nella nostra società, nella nostra cultura. Perché sono proprio questi tre elementi combinati insieme che ti hanno reso così debole e vulnerabile! La risposta è da cercare altrove. Ricorda! Altrove!” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, p. 51). E il prelato aggiunge: “Purtroppo non sono nella condizione di dirti dove si trova la risposta ai tuoi problemi, ma so per certo che non la troverai qui. Devi iniziare al più presto la tua ricerca, con attenzione meticolosa e con pazienza e vedrai che da questa esperienza ne uscirai fortificato. Preparati ad affrontare un cammino lungo e difficoltoso, ricco di ostacoli e di delusioni. Ricorda che non ti è permesso evitare di conoscere la verità, anche quando risulterà terribilmente spiacevole! Se intraprenderai questo percorso di ricerca, dovrai fare appello a tutte le tue forze e non rifiutare l’aiuto di quanto si dichiareranno disponibili a sostenerti.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, p. 52).
Nelle due fatiche letterarie raccolte in Capelli Neri, perciò, noi lettori ci lasciamo condurre con attenzione in lande non sempre note, come la Cina di Hong Kong, Shanghai e del villaggio di Song o come le riserve americane Navajo negli Stati Uniti d’America, seguendo il processo di maturazione emotiva ed esistenziale del protagonista. Harvey ha quasi in comune con il Dante della Commedia o il Siddharta di Hermann Hesse dubbi, paure e speranze, ma anche una tensione verso un ideale ineludibilmente percepito e desiderato.
Nella prima parte, Il Villaggio della Gente che Sorride, Merigo traccia il ritratto di un uomo in crisi e, magari riecheggiando Manzoni, lascia trapelare sovente la simpatia per la sua creatura letteraria o manifesta il personale punto di vista: “Sono certo che questo piccolo episodio ha contribuito a dare, agli occhi del lettore, una visione più accettabile di Harvey.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, p. 65); oppure: “Da questa situazione è legittimo pensare che la vita, in ogni momento, ci riserva sorprese che nel passato, anche recente, neanche lontanamente potevamo immaginare. Questo ci insegna a non dare mai nulla per scontato e soprattutto a considerare la nostra esperienza come un processo in continuo divenire entro il quale tutto è possibile. Persino passare da manager dell’alta finanza all’ultimo e più esperto dei contadini.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, Il villaggio di Song, p.177). Citabile risulta la frase seguente: “Questa costatazione portò Harvey a dedurre che, quando in un gruppo e in una comunità regna l’armonia, in termini di civile convivenza e di reciproco aiuto, anche l’estraneo viene accettato senza traumi o rigetti. Il problema dunque non è lo straniero che altera i modi di vita della comunità, ma, quasi sempre, è la società che, esprimendo grandi contraddizioni, addebita i propri squilibri agli altri.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, Il villaggio di Song, p. 179). A proposito, inoltre, del contraddittorio affetto del protagonista verso i genitori, lo scrittore proclama: “Ciò conferma che l’amore è un sentimento assolutamente irrazionale che rifugge qualsiasi spiegazione di natura scientifica.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, p. 59); “Quella sera [Duke] scoprì a sue spese che la serenità, se non la felicità, consisteva nell’apprezzare le piccole cose della vita, quelle più semplici, un gesto, una carezza, un profumo, l’affetto di chi ti è caro. Tutte cose poco tangibili, ma estremamente efficaci per il suo animo che stava vivendo un tormento così forte. Forse proprio nella ricerca della semplicità consisteva la ricetta della salvezza. Forse…” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, p. 65).
Chi legge viene, davvero, coinvolto nella caduta agli Inferi del “leone della finanza” e nell’articolato e strenuo tentativo di rinascita del ragazzo. L’amicizia con la collega Hellen, il legame con il padre William, rigido militare. e la dolce madre messicana Lisa, le relazioni lavorative complesse ed ipocrite portano “il nostro eroe”, come lo chiama più volte il narratore, ad Hong Kong, presso una filiale dell’azienda. Il soggiorno nella megalopoli cinese, punizione nei confronti di Duke per un apparente ammanco finanziario, è il primo passo per una progressiva trasformazione interiore, grazie all’aiuto di ulteriori personaggi, raffigurati con speciale intensità pittorica. Il prete cattolico Bill Hendrix, la colta e tenera Sung Lin, il saggio musicista Wang, l’acuto Maestro Huang sono altrettanti Virgilio che guidano Harvey-Dante fuori dai gironi dell’Inferno che è in lui. In particolare, l’amore per l’intelligente ragazza cinese, accanto alla filosofia taoista e alla disciplina del Tai Ji Quan, modellano l’individuo.
Merigo riesce a condurre con coerenza ed inventiva la situazione e ad offrire con levità utili informazioni su mentalità piene di sapienza millenaria. A contatto, infatti, con la serenità degli abitanti del villaggio di Song, luogo cinese in cui si compie l’apprendistato anche taoista dell’ex-manager, l’autore ribadisce attraverso le parole del Maestro Huang: “La forza del Tai Ji Quan risiede nella capacità di creare armonia dentro di te, di facilitare l’ascolto del tuo corpo e della tua anima, di agevolare lo scorrimento del Qi e, con esso, della tua salute. Quando tornerai alla tua vita abituale, non sarai più esposto al pericolo di essere fagocitato dai luoghi comuni e dalle pressioni del sistema. Sarai un guerriero corazzato, in grado di decidere da solo la via da intraprendere!” (Il Villaggio della Gente che Sorride, Il Maestro, p. 191). E ancora: “Ora abbiamo formato il guerriero, cioè gli abbiamo insegnato a combattere, a sentire il proprio corpo, a percepire una piena consapevolezza di sé. […] Abbiamo curato i mali passati attraverso la scoperta della vera forza dell’individuo e delle sue smisurate potenzialità. Ora dobbiamo forgiare l’armatura che possa consentire al guerriero di resistere agli attacchi esterni, affrontando le insidie della vita con un’adeguata preparazione.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, Il Maestro, p. 199). Specialmente, come spiega l’anziano saggio, “l’armonia ha vinto sulla confusione e la serenità ha scacciato l’uragano! […] Sono certo che i nostri insegnamenti sono serviti per aiutarti a comprendere meglio la vita e a dare la giusta importanza ai fatti che la caratterizzano senza eccessi. Vivere in armonia significa anche vincere quegli eccessi che provocano squilibri dentro di noi e che ci pongono in un rapporto negativo con gli altri. La dottrina taoista ci insegna a guardare tutto ciò che ci circonda, animali, cose e uomini, come parte di un universo che non si ferma mai e che trova nella sintesi degli opposti il suo equilibrio. Aiutare gli altri a vivere in armonia è il vero scopo dei taoisti puri. Ma per fare ciò è indispensabile essere in armonia con noi stessi, con il nostro corpo, con il nostro spirito. Affrontare i problemi con serenità significa vincere. Creare tensione significa perdere!” (Il Villaggio della Gente che Sorride, La formazione taoista, p. 226).
Qual è, dunque, il “sugo” della concezione filosofica orientale? “In primo luogo è importante amare se stessi, vivere in armonia! Solo chi ama se stesso può amare gli altri, rispettarli e rispettare l’ambiente che lo circonda. Noi siamo al mondo per migliorarlo, non per distruggerlo! Siamo al mondo per amare! Non per odiare!” (Il Villaggio della Gente che Sorride, La formazione taoista, p. 227).
Ritroviamo, in seguito, dopo circa otto anni e svariate avventure, nella seconda storia intitolata La Mesa Roja , Harvey, diventato, da rampante uomo d’affari, pacato ed amato docente di scienza della finanza internazionale ad Harvard, circondato dall’affetto della moglie Sung Lin e del figlioletto Kim. Una lettera dell’amico Hendrix riporta Duke ad una dimensione di violenza e sopraffazione. Egli, valoroso ed onesto, risponde alla richiesta d’aiuto del prete cattolico e si reca nella riserva indiana dei Navajo al confine con l’Arizona. Passerà alcuni mesi capaci di mettere in pericolo l’equilibrio psicofisico tanto duramente conquistato.
Un gruppo di speculatori texani vuole sfruttare i giacimenti petroliferi del territorio “indiano” e coinvolge, per sete di denaro, alcuni Nativi. Risuona, a tale proposito, la conoscenza di siffatti popoli e delle loro tradizioni da parte del romanziere. Gli hogan, le abitazioni dei Nativi, la cerimonia del Pow Wow, le descrizioni di ambienti e persone: tutto contribuisce a fornire una concretezza quasi cinematografica alle situazioni. Ricordiamo, tra i differenti episodi, l’incontaminato territorio della Mesa Roja ( La Mesa Roja , pp. 341-358), in cui si compie lo sfortunato amore del protagonista per Sisa, o la cerimonia del Pow Wow, nella quale il giovane “fu felice di conoscere un mondo nuovo, così diverso dal suo, eppure così simile nella profondità del pensiero e delle tradizioni.” ( La Mesa Roja , Pow Wow, p. 445). O si può menzionare la rilevanza della civiltà “pellerossa”: “Per il popolo Navajo le tradizioni del rispetto della terra, la conseguente ritualità sciamanica che sempre si rivolge a lei e ai suoi discendenti e la capacità di mantenere un rapporto di equilibrio erano le basi che caratterizzavano il comportamento di questo fiero popolo che non è mai arretrato dinnanzi ad alcun nemico che voleva alterare la sua armonia” ( La Mesa Roja , Nel territorio navajo, p. 329).
Negli sterminati spazi naturali si compirà, purtroppo, una guerra fratricida senza esclusione di colpi, tra i “buoni”, cioè Hendrix, Duke, il capo indiano Lunghi Orecchini, il Sioux-Lakota Vento Nei Capelli, l’appassionata Sisa, e “i cattivi”, ossia il rinnegato Jack con la sua banda e il corrotto Herrero. Alla fine i “buoni” vinceranno, ma la lotta si rivela aspra e terribile, costellata da sofferenze e morti, come quelle dello stesso sacerdote e della sensibile Sisa.
Nulla, dunque, sarà più come prima: Harvey Duke, Aquila Solitaria per i Navajo, forgia se stesso sui precetti della filosofia taoista e sui valori di rispetto, solidarietà e amore della civiltà “pellerossa”. Il “nostro eroe” ha attraversato il gran mar dell’essere, ha compiuto il folle volo, ma moderno vittorioso Ulisse è entrato nell’abisso del proprio animo e del mondo per uscirne più forte e sicuro. Il vecchio capo indiano Lunghi Orecchini potrà, accanto al fuoco, pronunciare a proposito del protagonista, “alcune parole nella lingua dei suoi antenati che pressappoco suonavano così: «Riposa nella pace del tuo nobile animo, figlio mio!».” ( La Mesa Roja , La decisione, p. 586).
Cosa rimane, in conclusione, di un simile libro? Parecchio, secondo me: l’adeguato ritmo narrativo, la fluidità del lessico tale da coinvolgere nella lettura. Convince la capacità di fondere con creatività viaggi, idee e prospettive multiformi di pensiero, magari, con un pizzico d’ironia.
Il volume ti fa compagnia e un pochino, magari, ti educa.
Alessio Merigo, in qualche intervista, sostiene di scrivere nei ritagli di tempo che il lavoro impegnativo gli concede, spesso nelle sale d’attesa degli aeroporti. Forse il testo era stato pensato per una personale fruizione o per pochi amici. Per fortuna Capelli Neri viene pubblicato e permette a noi “altri lettori” di gustare un libro che cerca “di fornire alcune, seppur timide, risposte. Naturalmente senza la pretesa di esaurire lo spettro di sfaccettature, che la particolarità delle diverse situazioni, che viviamo, ci propone.” (Prefazione, p. 5).