Massimo Biagioni

Sulle tracce di Everett Ruess  di Alessio Merigo

Da uno che ogni giorno si occupa di servizi, di numeri, di bilanci, di efficientamento e di tutte quelle brutte parole inglesi che oggi fanno tanto moderno, ti aspetteresti un saggio con un sacco di parole straniere e di sigle; di premi di produzione e di mission, di arrivare a tu per tu con un briefing, col brian storming, con la definizione compiuta del PEP. Invece Alessio Merigo ti si para davanti nelle forme che non ti aspetti. Anzi, ti piglia per mano e piano piano ti porta nel panorama americano, certamente fuori dalle cartoline, se non indugiando brevemente e necessariamente per qualche dettaglio minore, riservato ai palati fini, disponendo sul tracciato tutti quei nomi che all’inizio ti sembrano incomprensibili ma che con lo scorrere delle pagine assumono un aspetto familiare, come fossero messaggi di lontani parenti. E tu lo segui prima sorpreso e poi sempre più partecipe in questa corsa verso l’estrema dimora dove si dovrebbe trovare il tesoro.

Si legge di corsa il libro di Alessio: si torna volentieri al segnalibro messo appositamente per segnare ciò che ancora ti separa dal termine, per poter rapidamente arrivare a soddisfare la domanda che sapientemente il libro genera. L’autore, infatti, mischia e dosa sentimenti lungo un pezzo di vita dei suoi personaggi, in una storia che lega destini e unisce persone, che rinfranca e sostiene, con colpi di scena e una voglia di conoscere cosa ci sia “oltre”.

Queste pagine mi hanno evocato molteplici spaccati della varietà umana suggerendomi tante riflessioni e digressioni che magari non avevano moltissimo a che fare con la storia ma che mi hanno fatto bene; la figura del padre, che modera, che stimola o frena, e che mantiene le promesse, anche quelle estreme. Ci ho visto uomini d’un altro tempo che si “ricordano” e si spendono per proteggere altri uomini dalla violenza, dall’odio, dalla cupidigia.

Ho letto dell’amore tra gli sposi e i figli, che si esplica anche nell’ansia per l’assenza dell’amato bene, il coraggio e l’energia dei cuori puri, il rispetto dell’autorità, l’autorità non autoritaria ma quella autorevole conquistata con una vita giusta, che incute rispetto ma non assoggettamento, e che alla fine lascia ancor più forza nell’affetto reciproco. Ho trovato tracce dell’amicizia, della lealtà, della trasparenza.

Il risultato è che la vicenda ti intriga, vorresti saltare le pagine per arrivare alla “scoperta”, ma non lo fai perché proprio in quelle pagine potrebbero esserci altri personaggi, altre scoperte, altre sorprese.

Un’aspettativa che cresce con il passare della vicenda e che trova l’epilogo nella cosa che appare meno scontata ma che invece, forse, è il naturale sbocco dell’avventura. La scoperta non è la notizia clamorosa, ma una straordinaria e banale consapevolezza: il tesoro è dentro di te, nei valori, nelle scelte, nell’esempio di una vita, così come lo hanno interpretato i protagonisti.

Ritrovare i tesori nascosti nell’uomo, dalla sua aridità, dai miti del potere, del successo e del denaro che hanno oscurato la genuinità ormai racchiusa nella riserva. Potere, successo e denaro che in questa storia hanno un significato incomprensibile, qui si parla una lingua lontana che l’Autore ha scoperto negli spazi del Colorado. Vecchissima e perciò nuova che recupera valori assoluti e comuni che stanno alla base di ogni uomo.

Alla ricerca del “quinto mondo” - Paola Bonfadini

Sulle tracce di Everett Ruess  di Alessio Merigo

“Hai compreso che il cambiamento avverrà perché è già custodito nell’animo umano. Ciò che era, non tornerà mai più, ma ciò che verrà, potrà essere migliore.”: nelle parole dello sciamano “uomo medicina” “pellerossa” Lunghi Orecchini, personaggio del romanzo Sulle tracce di Everett Ruess  di Alessio Merigo (ALESSIO MERIGO, Sulle tracce di Everett Ruess, con un’introduzione di Achille Fornasini, Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, Roccafranca 2011), è forse, racchiuso  uno dei messaggi di fondo dell’intero lavoro.
Il protagonista dell’opera, l’economista Harvey Duke, già incontrato in Capelli Neri (ALESSIO MERIGO, Capelli Neri, Starrylink, Brescia 2009), primo romanzo della saga, risulta essere una sorta di tramite fra Oriente e Occidente, tra sapienza orientale ed inquietudini contemporanee. L’individuo affronta, infatti, una nuova impegnativa “missione” per salvare gli amici Navajo, minacciati sempre dall’arrogante cupidigia dell’“uomo bianco”. Lo statunitense, aiutato dal giovane coraggioso Sioux-Lakota Vento Nei Capelli e dal nativo Marcus, riuscirà ancora una volta a sventare gli avidi sogni di sfruttamento che una banda di criminali, al soldo di un certo Jim, vuole realizzare.
Molti sono i colpi di scena e le avventure dei “nostri eroi”: in particolare, la ricerca della misteriosa mappa d’una favolosa miniera, legata all’enigmatica figura storica del viaggiatore americano Everett Ruess (1914-1934?), rappresenta lo spunto per riprodurre con efficacia “visiva” una dimensione intrigante e lontana, sempre in bilico fra eredità ancestrale e annientamento ad opera della società “avanzata”.
La Mesa Roja, gli antichi insediamenti delle tribù Hopi e Anasazi, “gli interminati spazi” dell’Ovest americano sono, perciò, non solo sfondo all’avvincente narrazione, ma anche elemento pulsante in grado di partecipare all’azione.
E l’autore dà di Ruess una personale lettura d’innegabile fascino. Il giovane, sincero spirito libero, percepisce nell’America roosveltiana del New Deal le trappole delle “magnifiche sorti e progressive” della ripresa economica. Egli sceglie, consapevole, d’abbandonare la civiltà per riscoprire, attraverso un viaggio nel Selvaggio West, l’autenticità e la profondità del proprio essere, ma anche l’intrinseco legame fra Natura e Umanità.
Nella realtà, Everett fa perdere le tracce, mentre nella fantasia letteraria di Merigo l’appassionato esploratore, animo inquieto decenni prima di Bruce Chatwin, completa la parabola esistenziale alla ricerca del “quinto mondo” della cultura nativa Hopi. Di che cosa si tratta? Quasi uno stadio d’auspicata consapevolezza e di ritrovata armonia fra microcosmo e macrocosmo.
Harvey, invece, matura ulteriormente di fronte alla sofferenza e alla perdita di persone care, mantenendo saldi affetti e sentimenti: “Per Harvey la Mesa Roja era un luogo magnifico e maledetto al tempo stesso. Quante vite furono sacrificate per conservarne l’integrità. Quante persone si erano immolate per evitare di sottrarre quella terra ai Navajo dagli speculatori senza scrupoli!” (ALESSIO MERIGO, op. cit. 2011, Cap. 14, Cavalcando sulla Mesa, p. 167).
La “vis” stilistica, inoltre, si fa più fluida ed incisiva nel dipingere con la scrittura volti, situazioni, ambienti. La parola, del resto, dà corpo ad un “pensiero visivo”, che, come nel precedente volume, risente del grande amore del narratore per la civiltà nativa americana e per i luoghi riprodotti: “Il popolo Navajo sente profondamente dentro di sé la forza dei legami familiari al punto tale da attribuire un valore speciale al termine fratello. Per noi fratello non significa semplicemente figlio dello stesso padre o della stessa madre! Significa colui che ha deciso di percorrere insieme a noi un lungo tratto della vita e di condividere gioie, tristezze e problemi. Fratello è colui che si schiera al tuo fianco ed è pronto a dare la propria vita per la tua stessa causa.” (ALESSIO MERIGO, op. cit. 2011, Cap. 14, Cavalcando sulla Mesa, p. 169). Merigo aggiunge che “le pareti del canyon non sono né alte né ripide. Eppure la vastità di quella spianata compresa tra basse pareti, a ridosso delle quali si appoggiano le colossali costruzioni ancestrali, appare permeata da un’aura di autentico misticismo.” (ALESSIO MERIGO, op. cit. 2011, Cap. 15, L’avventura al Chaco Canyon, p. 176).
Un unico dubbio coglie noi lettrici: pare di costatare l’assenza di personaggi femminili di spessore. Non ci sono “eroine” nel testo, ma soltanto “eroi”: la presenza delle donne, come la cinese Sung Li, moglie di Duke, è magari più simile ad una melodia costante, ma sussurrata, una dimensione “yin” rispetto all’impeto “yang” della trama: “Una donna [Sung Li] forte e sensibile al tempo stesso: in quella sensibilità si leggeva la capacità di assecondare i desideri del suo uomo e di sentirsi sempre al suo fianco.” (ALESSIO MERIGO, op. cit. 2011, Cap. I, Amici, p. 39).
Alla fine della storia, comunque, niente e nessuno saranno più gli stessi: “Giunse infine alla conclusione che il percorso verso la consapevolezza non può che passare attraverso il sacrificio e la sofferenza.” (ALESSIO MERIGO, op. cit. 2011, Cap. 7, Lungo le strade delle guerre indiane, p. 109).
La vita, hegeliano “progrediente movimento” unione di gioia e dolore, fa inevitabilmente crescere i personaggi e noi lettori con loro. L’Everett Ruess del romanzo afferma che “ogni giorno che ho speso nella solitudine, l’ho guadagnato nelle profondità del mio animo. Ogni giorno che ho trascorso solo con me stesso, è stato un giorno che ho vissuto con l’umanità.” (ALESSIO MERIGO, op. cit. 2011, Cap. 20, L’ultima dimora di Everett Ruess, p. 249). Il protagonista sostiene che “il quinto mondo è già iniziato nel cuore degli uomini giusti.  […] A te lascio il mio testamento che non è fatto di cose, ma di pensieri.” (ALESSIO MERIGO, op. cit. 2011, Cap. 20, L’ultima dimora di Everett Ruess, p. 253).
C’è, pur nella tristezza del distacco, quindi, la convinzione dello scrittore, attraverso le riflessioni finali del saggio Lunghi Orecchini che “non è più tempo di cercare ciò che ci divide e che ci rende diversi. È giunto il tempo di dimostrare una nuova unità per la salvezza del nostro bene comune.” (ALESSIO MERIGO, op. cit. 2011, Cap. 21, L’addio, p. 257): un augurio di ferma speranza nella barbarie contemporanea.

Per saperne di più
ALESSIO MERIGO, Sulle tracce di Everett Ruess, con un’introduzione di Achille Fornasini, Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, Roccafranca 2011.

Fabbio Baitelli

“Sulle tracce di Everett Ruess”

Ogni lettura di un libro, la visione di un film o di certi programmi televisivi, aggiunge un tassello ad un mosaico mentale che ognuno di noi sta costruendo.

Ho letto il libro “Sulle tracce di Everett Ruess” cercando risposte ad una domanda che, da non credente, mi pongo da tempo: cos’è che ci attrae, che ci affascina, che ammiriamo e qualche volta invidiamo, quando si parla di uomini (persone) che si trovano a misurarsi con la natura, specialmente se in solitario e senza grandi aiuti dalla tecnologia?

C’è sicuramente il motivo per cui discorrendo del mare ho visto illuminarsi gli occhi di un commerciante di La Spezia ed era palese il suo dispiacere per non essere in acqua con l’amata barca a vela, a godersi il vento, il silenzio e la sfida di un piccolo uomo immerso in un possente contesto che, come viene ricordato in un recente film “va per conto suo, fa ciò che vuole, con innocenza e crudeltà.”

C’è anche la piacevolezza di Nestore sulla nave praticamente ferma in mezzo al Mediterraneo nel trovarsi “solo in quel mare d’immensità in perfetta armonia con l’ambiente che lo circondava”.

C’è pure la mia soddisfazione quando in alcune (poche) camminate alla domenica mattina arrivo sul monte Dragoncello, il più isolato della zona, scarsamente frequentato, più esposto al sole, più impervio e perciò più faticoso, senza gratificazioni di caffè o bevande fresche.

C’è l’immagine di Alessio con sullo sfondo splendide ed assolate dune bianche, dove stride il contrasto tra l’intuibile elevata temperatura del posto e l’espressione contenta di chi in ufficio, in macchina e pure a casa, per poco più di 20 gradi accende subito l’aria condizionata.

Comunque è senz’altro qualcosa di più che ci porta ad immedesimarsi nel mondo degli indiani d’America.

In fin dei conti la comunità degli Amish vive abbastanza in simbiosi con la natura ed in pace con tutti.

Però non è lì che è stato ambientato il libro e lì nemmeno i miei sogni trovano casa (infatti nonostante l’età leggo ancora Tex Willer).

Nel west oltre l’ambiente, almeno tra gli indiani, c’è il valore del rapporto tra persone, la forza della parola data, il senso di appartenenza ad una “tribù” ed anche una buona dose di comportamenti più tipicamente “maschili” (difficile trovare tra le squaw personaggi storici che abbiano brillato per luce propria o per pensieri autentici, tutti invece ricordiamo capi indiani di grande prestigio).

Inoltre non possiamo dimenticarci le emozioni trasmesse dal cinema con le vicissitudini di  alcuni “uomini veri”, bianchi ma tuttavia contaminati dalla cultura indiana, a partire dall’aristocratico inglese John Morgan, al soldato Honus Gent, per finire con il tenente John J. Dunbar.

Forse è perché piace pensare all’assenza di recinti, all’avere a disposizione un territorio sterminato ed al sentirsi parte di un concetto di libertà così ampio e profondo da essere completamente diverso da quello declinato oggi nelle nazioni maggiormente sviluppate, dove tutti possono dirsi liberi.

Diceva agli uomini bianchi il capo Leon Shenandoah degli Onondaga:
“Gli animali non sono selvaggi; sono solamente liberi. Anche noi lo eravamo prima del vostro arrivo. Voi ci avete trattato come selvaggi, ci avete chiamato barbari, incivili.
Ma noi, eravamo solo liberi!”

È la rappresentazione di un universo dove la dignità e l’orgoglio giocano la loro parte, seppur sotto tanti aspetti sicuramente imperfetto e magari non del tutto pacifico.

Ecco perché credo che nella vicenda che lo coinvolge Harvey non stia cercando solamente ciò che resta di Everett Ruess e la difesa di un seppur nobilissimo valore, anche spirituale, quale il rispetto che l’uomo deve alla natura.

Per me sta proseguendo nel trovare le stesse tracce che molto meno pericolosamente e più comodamente cerco io leggendo, vedendo, ascoltando e fantasticando, abbandonando per alcune ore i confini - riserve in tutti i sensi - in cui viviamo.

In “Sulle tracce di Everett Ruess” c’è avventura, romanzo, sentimenti, polvere, sangue, paesaggi mozzafiato, ma soprattutto c’è quel significato di libertà proposto dagli indiani, che i nostri omologhi di razza hanno tentato di cancellare e che noi, se non altro nell’animo, vorremmo recuperare:
tifiamo per loro, per i “giusti” (inteso come termine bresciano più che italiano), per Vento Nei Capelli, Freccia Spezzata ed i suoi figli e se, fisicamente, abbiamo perso Lunghi Orecchini diamo il benvenuto a Marcus.

Silvano Nember

“Sulle tracce di Everett Ruess”

Una storia accattivante. Non solo. Una storia plausibile. Almeno nell’immaginario e certamente nei desideri di chi come Alessio ha deciso per libera e convinta scelta di penetrare in un mondo, quello della cultura e del modo di vivere dei nativi americani, che gli scopritori d’America non hanno mai cercato di comprendere ed hanno respinto a priori convinti della loro superiorità.
“Sulle tracce di Everett Ruess” completa le avventure di Harvey Duke, iniziate con “Capelli Neri”, nel modo più affascinante; immergendo il lettore nel mondo cristallino del Grande Ovest nel Colorado Plateau ove Lunghi Orecchini trascorre il suo tempo nella tranquillità di una filosofia di vita che si basa sulla comunione con la Terra e che trae forza e linfa vitale nel rispetto di tutto l’ambiente naturale e dei suoi elementi.
La storia descrive una ipotesi possibile anche se di pura fantasia, ma che forse corrisponde ad un immaginario desiderio dell’autore che così sia stato, ed infine avrebbe effettivamente potuto essere; del destino del giovane Everett Ruess che si immerse a tal punto nel Grande Ovest da non uscirne più ed i cui resti non sono stati mai ritrovati. Everett Ruess è un mito fra i naturalisti americani; rappresenta la dedizione alla natura selvaggia e immensa che abbiamo vituperato facendoci perdere l’equilibrio con la Terra che le popolazioni native avevano stabilito e che abbiamo il dovere di recuperare perché da esso dipende il futuro del pianeta. Nel romanzo sono descritti luoghi ove sono ambientate storie individuali di saggi anziani amati e rispettati, di giovani rispettosi e votati alla propria terra e di altri conquistati e perduti dalla civiltà del dominio e del possesso che li porta alla rovina.
Una storia che si legge con piacere, che coinvolge coloro che hanno vissuto un epoca, ben sommariamente descritta dalla prefazione di Achille Fornasini, fatta di indiani e di “arrivano i nostri” e poi riequilibrata da film e autori più rispettosi e meditati; un’epoca che ci ha costretti ad assumerci la responsabilità di prendere coscienza e conoscenza degli “altri” e di rivendicare il rispetto del diritto di tutti i popoli a vivere, a vivere in pace ed a godere secondo misura e bisogno dei frutti della terra come saggiamente indicato in un suo famoso discorso da Capo Giuseppe, capo dei Nez Percè: “Lasciatemi essere un uomo libero: libero di viaggiare, libero di fermarmi, libero di lavorare, libero di commerciare dove voglio, libero di scegliermi gli insegnanti che preferisco, libero di seguire la religione dei miei padri, libero di pensare e di parlare e di agire a modo mio, e obbedirò a ogni legge o mi sottometterò al castigo. Quando l’uomo bianco tratterà un indiano come tratta un suo simile, non ci saranno più guerre. Saremo tutti uguali, fratelli nati da un padre e da una madre, con un solo cielo sopra di noi e un governo unico. Allora il Grande Spirito che governa dall’alto sorriderà a questa terra, e manderà pioggia a lavare via le macchie di sangue causate dalle mani dei fratelli. La razza indiana aspetta e prega perché arrivi questo momento.”
La lettura delle storie che hanno per protagonista Harvey Duke, forse una sorta di autobiografia inconscia e desiderata dell’autore, ci può aiutare  ad essere più rispettosi degli altri, più disponibili ad ascoltare le ragioni di chi non la pensa come noi, più impegnati a difendere il diritto dei più deboli a non veder ignorate le proprie esigenze vitali a partire da quelle più elementari, più sensibili alle esigenze di difesa dell’ambiente e della natura; vale per gli indiani d’America come per tutti i popoli che oggi ancora sono sottoposti a vessazioni e privazioni. Vale per noi e per il nostro futuro!

Sulle tracce di Everett Ruess - Alessio Merigo

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RIASSUNTO “SULLE TRACCE DI EVERETT RUESS”

Avventura dopo avventura Harvey Duke, la cui saga ha inizio con il romanzo “Capelli Neri”, ripercorre il cammino dello scomparso Everett Ruess.
Accompagnato dal suo grande amico Vento nei Capelli, Harvey si immerge nella profondità della cultura nativa americana fra i gloriosi luoghi sacri del popolo Lakota, i toccanti dialoghi con il suo secondo padre Navajo Lunghi Orecchini e il mistero delle profezie Hopi.
Dopo continui tentativi da parte di alcuni banditi di distoglierlo dal suo percorso, Harvey rivive con grande intensità e partecipazione la ricerca della bellezza e dell’armonia di Everett Ruess, ragazzo dall’animo inquieto, felice solamente a contatto con la natura, fra i sentieri impervi dei canyon più selvaggi.
Il paesaggio mozzafiato dell’ovest americano è parte integrante della vita di Everett che ha lasciato ai posteri un “tesoro” di grande valore.

Al bar della Gloria - Alessio Merigo


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RIASSUNTO “AL BAR DELLA GLORIA”


Un improbabile bar di provincia diventa il luogo di incontro e di dialogo fra Gloria e l’autore, al quale la barista narra insolite e travagliate storie di clienti abituali che frequentano il suo locale.

Le vicende di Nestore, privato della libertà di ammirare orizzonti lontani, Antenore, al quale le circostanze impongono scelte in contrasto con i suoi principi, e Osvaldo, caduto in una vita sregolata e pericolosa, forniscono uno spaccato ricco e variegato di persone che hanno toccato il fondo della disperazione, ma che si sono riscattate grazie alla loro forza d’animo.

La storia di Gloria, che alla fine si racconta, rivelerà una donna dotata di una sensibilità particolare verso i problemi delle persone meno fortunate, capace di andare oltre le apparenze e di capire l’essenza della loro vita, partecipandovi intensamente.

E’ importante non arrendersi, non perdere mai la speranza e appellarsi al coraggio e alla voglia di vivere, soprattutto quando il destino ci mette alla prova.

Al bar della Gloria - Camillo Facchini

PREFAZIONE “AL BAR DELLA GLORIA”

I bar? Occupano un posto importante nella letteratura. E nella vita. E il “bar sport” sta davanti a tutti, non importa se ci si va per riposare, per stare in compagnia o perché qualcuno, magari inconsciamente, pensa possa diventare una specie di comunità terapeutica in cui rifugiarsi per fuggire dai problemi o per trovare parole che altrove non si trovano.

E questo senza scomodare la storia con l’Antico Battaro dove hanno girato alcune scene di Ladri di Biciclette, o il Caffè Arione di Cuneo da cui uscivano i cioccolatini che piacevano a Hemingway, il Giubbe Rosse di Firenze o – e poi basta – il Palace di Venezia in cui Tchaikovsky si è ispirato per la sua quarta sinfonia. Luoghi della memoria ma anche dello spirito, come a loro modo luoghi dello spirito in fondo sono tutti i bar in cui ci si ritrovare per stare in compagnia e cosa, più della compagnia, allora fa bene allo spirito?

Alessio Merigo con questo suo secondo libro ci propone invece ora anche il “bar della Gloria”, storia pacata di gente di casa nostra, dove Gloria un poco è nome proprio ed un poco è rinomanza. Per alcuni terrena, per altri Celeste, ospite accogliente, dotata di saggezza, proprietaria del bar omonimo. Storia quasi d’antan, vien da pensare leggendo il libro, storia di quelle dell’Italia non sguaiata e volgare di adesso, ma semplice, genuina e generosa con dentro però qualche figura “di malandra”, come dicevano i cronisti di nera di una volta per descrivere i mariuoli.

Storia pacata perché? Ma perché basta scorrere i nomi di alcuni protagonisti (Antenore, Nestore, Margherita, piuttosto che Osvaldo o l’avvocatino) per apprezzare che in questo libro non ci sono figure inquietanti che tolgono il sonno e neppure cantine buie in cui si consumano delitti, bensì – ad esempio – la placida Bordeaux, piuttosto che il sottobosco di una delle nostre valli in cui Nestore fa il pulitore, portando il nome della figura omerica di un vecchio e saggio combattente sotto le mura di Troia. Omerico nel nome ma non nella storia personale in cui traffici poco puliti attualizzano il personaggio.

Come omerico è il nome di Antenore, quell’ Antenore che implora i suoi concittadini affinché restituiscano Elena al marito, Menelao, per scongiurare la guerra contro gli Achei . Ma il nostro Antenore non implora ma arringa, essendo egli avvocato che – bon gré mal gré suoi - sarà implicato senza colpa in loschi traffici.

In mezzo ci stanno figure di ammalati, di espulsi dal vecchio partito comunista, mafiosi e nuovi immigrati. In una storia da leggere che termina in una fredda sera piovosa. Dentro ci sta Gloria, filo comune di tutta una storia che racconta all’autore la propria storia, che è poliglotta, donna che la malattia ha provato quindi rafforzato grazie alla forza che il superamento del dolore dà al malato una volta guarito.

Il romanzo di Merigo ti prende subito, fin dalla seconda parola, là dove ti porta a chiederti perché Fabbio con due “b”: errore di stampa, pasticcio anagrafico oppure scelta. E poi ti prende perché ti vuole portare al bar della Gloria, ti dice dove è senza dirti in realtà dove è e se il locale si trova in una valle, piuttosto che in un’altra, qui vicino o più lontano. Nella storia spiccano la coesione famigliare, l’amore che vince tutto, il ruolo della sofferenza fisica che aiuta ad andare oltre a tutto come è stato nella vita di Gloria. Insomma in tutti noi, una volta guariti, il re torna ad esser nudo.

Un romanzo che presenta anche spunti di attualità, là dove evidenzia come la stampa prima attacca, ma poi quasi mai riabilita, come nel caso del povero Nestore, dieci anni trascorsi in prigione ed al quale vengono restituite solo poche righe di verità. Parole – ahinoi – attualissime di una storia scritta con fluidità, in cui i luoghi sono proposti quasi come se l’autore fosse un paesaggista dell’ottocento in cui con il pennello anziché con la penna sa metter ogni cosa al proprio posto. Invece della tavolozza e del pennello ci sono la tastiera e le idee da cui escono parole che passano via con snellezza e chiarezza.

Attuale è anche la storia di un’adozione, quella di Robertino e delle situazioni che da quella scelta derivarono. O quella di don Osvaldo, sacerdote.

Quasi un romanzo con dentro una macchina da ripresa che si muove in situazioni e condizioni diverse, restituendoci il sapore di storie semplici, senza ansie, sangue, paure a noi che, paure, ogni giorno siamo costretti ad accumularne decine dentro noi stessi, alimentate dai telegiornali, dalla stampa, dai media e dalla vita che ci circonda.

Niente gossip, niente toni forti. Storie “minime” quasi di tutti i giorni. Da leggere e metter via.

Paola Bonfadini

Capelli neri” di Alessio Merigo

L’oscurità viene all’improvviso.
Sei nel baratro e non ne conosci il motivo.
Paralisi del cuore e dell’animo.
Che fare?
Bisogna reagire, reagire, reagire.
E con amaro coraggio intraprendi un lungo cammino per uscire dalla selva oscura, che la diritta via era smarrita. L’esperienza della disperazione ti costringe a guardare nei meandri della coscienza. Lo scopo? L’equilibrio di cuore e di mente, ritrovando il rispetto per te, e, quindi, per gli altri e per la vita che ti circonda. Il cammino dall’abisso alla luce è tortuoso, strano, complesso, ma il percorso è fondamentale per ottenere la tanto sospirata autenticità, plasmata sull’armonia e sulla consapevolezza.
Forse è questo uno dei tanti messaggi di fondo che un lettore può trarre dal piacevolmente profondo romanzo Capelli Neri (Starrylink, Brescia 2009) di Alessio Merigo, professionista bresciano dalle originali passioni culturali, legate soprattutto alle filosofie orientali e alla cultura dei Nativi americani.
L’autore, con uno stile scorrevole, delinea in due racconti lunghi e concatenati, Il Villaggio della Gente che Sorride e La Mesa Roja , la vicenda d’un quarantenne uomo d’affari statunitense, Harvey Duke, la cui esistenza, all’apparenza perfetta e felice, viene sconvolta da un improvviso infarto. La malattia e la lunga convalescenza costringono il giovane a rivedere il modo di vivere e di pensare. Ma la guarigione del corpo non implica di necessità la buona salute dell’animo.
Il disagio sottile s’insinua nei labirinti dell’essere. Harvey dovrebbe sentirsi realizzato: ottimi studi, eccellenti risultati professionali, numerose amicizie femminili. In realtà, la vetrina luccicante del successo nasconde un mondo fatto di soffocanti costrizioni e convenzioni sociali: studi economici invece che umanistici svolti per compiacere i genitori; un lavoro che trasforma ognuno in un meraviglioso e docile ingranaggio della macchina del profitto; il presunto successo amoroso che maschera immaturità affettiva e superficialità relazionale.
Basta: non si può andare avanti così, e Harvey combatte la dura guerra per ritrovare una dimensione interiore completa ed autonoma. Egli afferma, parlando con l’amico prete Bill Hendrix, una delle figure di spicco della “novella”: “[…] La sofferenza umana può avere molteplici risvolti. Alcuni decisamente più importanti, derivanti da condizioni socio-economiche precarie, altri, figli di una società che non concede tregua e che impone stili di vita e modelli di comportamento a cui siamo costretti ad adeguarci pagando un prezzo elevatissimo. […] Credo che nella mia vita si siano inserite alcune circostanze che hanno contribuito a creare un percorso all’interno del quale mi sono inoltrato e poi… purtroppo mi sono perso. Resta comune in me il grande interrogativo di come ciò sia potuto accadere. Come sia stato possibile passare da una vita quasi perfetta ad un profondo, gigantesco rifiuto di me stesso, al punto tale da provocare gravi ripercussioni sul mio stato di salute.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, pp. 50-51). È il sacerdote cattolico a dare, però, una risposta all’ansia morale del personaggio: “Ciò di cui hai bisogno non lo puoi trovare nel tuo ambiente, nella nostra società, nella nostra cultura. Perché sono proprio questi tre elementi combinati insieme che ti hanno reso così debole e vulnerabile! La risposta è da cercare altrove. Ricorda! Altrove!” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, p. 51). E il prelato aggiunge: “Purtroppo non sono nella condizione di dirti dove si trova la risposta ai tuoi problemi, ma so per certo che non la troverai qui. Devi iniziare al più presto la tua ricerca, con attenzione meticolosa e con pazienza e vedrai che da questa esperienza ne uscirai fortificato. Preparati ad affrontare un cammino lungo e difficoltoso, ricco di ostacoli e di delusioni. Ricorda che non ti è permesso evitare di conoscere la verità, anche quando risulterà terribilmente spiacevole! Se intraprenderai questo percorso di ricerca, dovrai fare appello a tutte le tue forze e non rifiutare l’aiuto di quanto si dichiareranno disponibili a sostenerti.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, p. 52).
Nelle due fatiche letterarie raccolte in Capelli Neri, perciò, noi lettori ci lasciamo condurre con attenzione in lande non sempre note, come la Cina di Hong Kong, Shanghai e del villaggio di Song o come le riserve americane Navajo negli Stati Uniti d’America, seguendo il processo di maturazione emotiva ed esistenziale del protagonista. Harvey ha quasi in comune con il Dante della Commedia o il Siddharta di Hermann Hesse dubbi, paure e speranze, ma anche una tensione verso un ideale ineludibilmente percepito e desiderato.
Nella prima parte, Il Villaggio della Gente che Sorride, Merigo traccia il ritratto di un uomo in crisi e, magari riecheggiando Manzoni, lascia trapelare sovente la simpatia per la sua creatura letteraria o manifesta il personale punto di vista: “Sono certo che questo piccolo episodio ha contribuito a dare, agli occhi del lettore, una visione più accettabile di Harvey.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, p. 65); oppure: “Da questa situazione è legittimo pensare che la vita, in ogni momento, ci riserva sorprese che nel passato, anche recente, neanche lontanamente potevamo immaginare. Questo ci insegna a non dare mai nulla per scontato e soprattutto a considerare la nostra esperienza come un processo in continuo divenire entro il quale tutto è possibile. Persino passare da manager dell’alta finanza all’ultimo e più esperto dei contadini.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, Il villaggio di Song, p.177). Citabile risulta la frase seguente: “Questa costatazione portò Harvey a dedurre che, quando in un gruppo e in una comunità regna l’armonia, in termini di civile convivenza e di reciproco aiuto, anche l’estraneo viene accettato senza traumi o rigetti. Il problema dunque non è lo straniero che altera i modi di vita della comunità, ma, quasi sempre, è la società che, esprimendo grandi contraddizioni, addebita i propri squilibri agli altri.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, Il villaggio di Song, p. 179). A proposito, inoltre, del contraddittorio affetto del protagonista verso i genitori, lo scrittore proclama: “Ciò conferma che l’amore è un sentimento assolutamente irrazionale che rifugge qualsiasi spiegazione di natura scientifica.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, p. 59); “Quella sera [Duke] scoprì a sue spese che la serenità, se non la felicità, consisteva nell’apprezzare le piccole cose della vita, quelle più semplici, un gesto, una carezza, un profumo, l’affetto di chi ti è caro. Tutte cose poco tangibili, ma estremamente efficaci per il suo animo che stava vivendo un tormento così forte. Forse proprio nella ricerca della semplicità consisteva la ricetta della salvezza. Forse…” (Il Villaggio della Gente che Sorride, L’incontro, p. 65).
Chi legge viene, davvero, coinvolto nella caduta agli Inferi del “leone della finanza” e nell’articolato e strenuo tentativo di rinascita del ragazzo. L’amicizia con la collega Hellen, il legame con il padre William, rigido militare. e la dolce madre messicana Lisa, le relazioni lavorative complesse ed ipocrite portano “il nostro eroe”, come lo chiama più volte il narratore, ad Hong Kong, presso una filiale dell’azienda. Il soggiorno nella megalopoli cinese, punizione nei confronti di Duke per un apparente ammanco finanziario, è il primo passo per una progressiva trasformazione interiore, grazie all’aiuto di ulteriori personaggi, raffigurati con speciale intensità pittorica. Il prete cattolico Bill Hendrix, la colta e tenera Sung Lin, il saggio musicista Wang, l’acuto Maestro Huang sono altrettanti Virgilio che guidano Harvey-Dante fuori dai gironi dell’Inferno che è in lui. In particolare, l’amore per l’intelligente ragazza cinese, accanto alla filosofia taoista e alla disciplina del Tai Ji Quan, modellano l’individuo.
Merigo riesce a condurre con coerenza ed inventiva la situazione e ad offrire con levità utili informazioni su mentalità piene di sapienza millenaria. A contatto, infatti, con la serenità degli abitanti del villaggio di Song, luogo cinese in cui si compie l’apprendistato anche taoista dell’ex-manager, l’autore ribadisce attraverso le parole del Maestro Huang: “La forza del Tai Ji Quan risiede nella capacità di creare armonia dentro di te, di facilitare l’ascolto del tuo corpo e della tua anima, di agevolare lo scorrimento del Qi e, con esso, della tua salute. Quando tornerai alla tua vita abituale, non sarai più esposto al pericolo di essere fagocitato dai luoghi comuni e dalle pressioni del sistema. Sarai un guerriero corazzato, in grado di decidere da solo la via da intraprendere!” (Il Villaggio della Gente che Sorride, Il Maestro, p. 191). E ancora: “Ora abbiamo formato il guerriero, cioè gli abbiamo insegnato a combattere, a sentire il proprio corpo, a percepire una piena consapevolezza di sé. […] Abbiamo curato i mali passati attraverso la scoperta della vera forza dell’individuo e delle sue smisurate potenzialità. Ora dobbiamo forgiare l’armatura che possa consentire al guerriero di resistere agli attacchi esterni, affrontando le insidie della vita con un’adeguata preparazione.” (Il Villaggio della Gente che Sorride, Il Maestro, p. 199). Specialmente, come spiega l’anziano saggio, “l’armonia ha vinto sulla confusione e la serenità ha scacciato l’uragano! […] Sono certo che i nostri insegnamenti sono serviti per aiutarti a comprendere meglio la vita e a dare la giusta importanza ai fatti che la caratterizzano senza eccessi. Vivere in armonia significa anche vincere quegli eccessi che provocano squilibri dentro di noi e che ci pongono in un rapporto negativo con gli altri. La dottrina taoista ci insegna a guardare tutto ciò che ci circonda, animali, cose e uomini, come parte di un universo che non si ferma mai e che trova nella sintesi degli opposti il suo equilibrio. Aiutare gli altri a vivere in armonia è il vero scopo dei taoisti puri. Ma per fare ciò è indispensabile essere in armonia con noi stessi, con il nostro corpo, con il nostro spirito. Affrontare i problemi con serenità significa vincere. Creare tensione significa perdere!” (Il Villaggio della Gente che Sorride, La formazione taoista, p. 226).
Qual è, dunque, il “sugo” della concezione filosofica orientale? “In primo luogo è importante amare se stessi, vivere in armonia! Solo chi ama se stesso può amare gli altri, rispettarli e rispettare l’ambiente che lo circonda. Noi siamo al mondo per migliorarlo, non per distruggerlo! Siamo al mondo per amare! Non per odiare!” (Il Villaggio della Gente che Sorride, La formazione taoista, p. 227).
Ritroviamo, in seguito, dopo circa otto anni e svariate avventure, nella seconda storia intitolata La Mesa Roja , Harvey, diventato, da rampante uomo d’affari, pacato ed amato docente di scienza della finanza internazionale ad Harvard, circondato dall’affetto della moglie Sung Lin e del figlioletto Kim. Una lettera dell’amico Hendrix riporta Duke ad una dimensione di violenza e sopraffazione. Egli, valoroso ed onesto, risponde alla richiesta d’aiuto del prete cattolico e si reca nella riserva indiana dei Navajo al confine con l’Arizona. Passerà alcuni mesi capaci di mettere in pericolo l’equilibrio psicofisico tanto duramente conquistato.
Un gruppo di speculatori texani vuole sfruttare i giacimenti petroliferi del territorio “indiano” e coinvolge, per sete di denaro, alcuni Nativi. Risuona, a tale proposito, la conoscenza di siffatti popoli e delle loro tradizioni da parte del romanziere. Gli hogan, le abitazioni dei Nativi, la cerimonia del Pow Wow, le descrizioni di ambienti e persone: tutto contribuisce a fornire una concretezza quasi cinematografica alle situazioni. Ricordiamo, tra i differenti episodi, l’incontaminato territorio della Mesa Roja ( La Mesa Roja , pp. 341-358), in cui si compie lo sfortunato amore del protagonista per Sisa, o la cerimonia del Pow Wow, nella quale il giovane “fu felice di conoscere un mondo nuovo, così diverso dal suo, eppure così simile nella profondità del pensiero e delle tradizioni.” ( La Mesa Roja , Pow Wow, p. 445). O si può menzionare la rilevanza della civiltà “pellerossa”: “Per il popolo Navajo le tradizioni del rispetto della terra, la conseguente ritualità sciamanica che sempre si rivolge a lei e ai suoi discendenti e la capacità di mantenere un rapporto di equilibrio erano le basi che caratterizzavano il comportamento di questo fiero popolo che non è mai arretrato dinnanzi ad alcun nemico che voleva alterare la sua armonia” ( La Mesa Roja , Nel territorio navajo, p. 329).
Negli sterminati spazi naturali si compirà, purtroppo, una guerra fratricida senza esclusione di colpi, tra i “buoni”, cioè Hendrix, Duke, il capo indiano Lunghi Orecchini, il Sioux-Lakota Vento Nei Capelli, l’appassionata Sisa, e “i cattivi”, ossia il rinnegato Jack con la sua banda e il corrotto Herrero. Alla fine i “buoni” vinceranno, ma la lotta si rivela aspra e terribile, costellata da sofferenze e morti, come quelle dello stesso sacerdote e della sensibile Sisa.
Nulla, dunque, sarà più come prima: Harvey Duke, Aquila Solitaria per i Navajo, forgia se stesso sui precetti della filosofia taoista e sui valori di rispetto, solidarietà e amore della civiltà “pellerossa”. Il “nostro eroe” ha attraversato il gran mar dell’essere, ha compiuto il folle volo, ma moderno vittorioso Ulisse è entrato nell’abisso del proprio animo e del mondo per uscirne più forte e sicuro. Il vecchio capo indiano Lunghi Orecchini potrà, accanto al fuoco, pronunciare a proposito del protagonista, “alcune parole nella lingua dei suoi antenati che pressappoco suonavano così: «Riposa nella pace del tuo nobile animo, figlio mio!».” ( La Mesa Roja , La decisione, p. 586).
Cosa rimane, in conclusione, di un simile libro? Parecchio, secondo me: l’adeguato ritmo narrativo, la fluidità del lessico tale da coinvolgere nella lettura. Convince la capacità di fondere con creatività viaggi, idee e prospettive multiformi di pensiero, magari, con un pizzico d’ironia.
Il volume ti fa compagnia e un pochino, magari, ti educa.
Alessio Merigo, in qualche intervista, sostiene di scrivere nei ritagli di tempo che il lavoro impegnativo gli concede, spesso nelle sale d’attesa degli aeroporti. Forse il testo era stato pensato per una personale fruizione o per pochi amici. Per fortuna Capelli Neri viene pubblicato e permette a noi “altri lettori” di gustare un libro che cerca “di fornire alcune, seppur timide, risposte. Naturalmente senza la pretesa di esaurire lo spettro di sfaccettature, che la particolarità delle diverse situazioni, che viviamo, ci propone.” (Prefazione, p. 5).

Renato Baratti
21 aprile 2009
HO LETTO”CAPELLI NERI”Che dire ? Una sorpresa. Positiva !
Oltre che un ottimo manager si è rivelato anche uno scrittore che narra storie avvincenti e ben documentate.

La vicenda di “Harvey Duke” - suo alter ego -passa attraverso una profonda crisi di identità che si risolve dopo un lungo e difficile cammino di ricerca.

Grazie ai suoi maestri ( e padri spirituali), ritrova se stesso e le sue vere ragioni di vita perse nel deserto del “fare perché lo vogliono gli altri” anziché del “fare perché viene dal cuore”.

Storia, dicevo, che si legge d’un fiato , con contenta nostalgia di miti, utopie e valori dei ventenni passati sul calendario ma , per fortuna, rimasti in fondo al cuore.

Un manager , dicevo. Di cuore.

Stefano Boni
10 maggio 2009
Harvey ha avuto il coraggio di guardarsi dentro, di superare i limiti imposti da società, convenzioni, potere ed accettare la sfida.
Quanti di noi vorrebbero dire basta! e crearsi una nuova opportunità? Harvey lo ha fatto.
Capelli Neri è un romanzo che, partendo dall’introspezione di un uomo, raggiunge i grandi spazi: la Cina, prima, con i profondi insegnamenti della cultura orientale e gli Stati Uniti, dopo, con le vibranti tradizioni dei nativi d’America.
Il libro è un percorso di crescita, di emancipazione dalla quotidianità; è una storia di amicizia, di lealtà, di passioni. E’ una storia d’amore … d’amore per la vita.